Narcisismo

Narcisismo: criteri diagnostici

La diagnosi, secondo i criteri del DSM-IV, richiede che almeno cinque dei seguenti sintomi siano presenti, in modo tale da formare un pattern pervasivo,  che rimane tendenzialmente costante in situazioni e relazioni diverse:

1 – Senso grandioso del sé,  esagerato della propria importanza;

2 – E’ occupato da fantasie di successo illimitato, di potere, effetto sugli altri, bellezza e di amore ideale;

3 – Crede di essere speciale e unico e di poter essere capito da persone speciali; è eccessivamente preoccupato da ricercare vicinanza a persone di status molto alto;

4 – Desidera o richiede un ammirazione;

5 – Approfitta degli altri per raggiungere i propri scopi, e non ne prova rimorso;

6 -E’ carente di empatia: non si accorge o non riconosce o non da importanza a sentimenti altrui, non desidera identificarsi con i loro desideri;

7 – Prova spesso invidia ed è generalmente convinto che altri provino invidia per lui;

8 – Ha una modalità affettiva di tipo predatorio: rapporti di forza sbilanciati, con scarso impegno personale, desidera ricevere più di quello che da.

Freud ed il narcisismo

Il modello freudiano del narcisismo è strettamente legato alla teoria duale dell’istinto o delle pulsioni, secondo la quale esistono due tipi diverse di pulsioni: le pulsioni sessuali, miranti alla conservazione della specie, e le pulsioni dell’io, di autoconservazione, per la preservazione dell’individuo.

La libido, o pulsione sessuale, opera tramite i cosiddetti investimenti lipidici, che possono riguardare un oggetto (libido oggettuale, mediante cui l’individuo si relaziona con l’altro) o l’individuo stesso (libido dell’io, che tende all’autoconservazione).

Lo sviluppo della libido prevede uno stadio di autoerotismo, scisso in due sotto-stadi: quello dell’autoerotismo vero e proprio e quello narcisistico, seguito dallo stadio della scelta oggettuale, nel quale le pulsioni trovano soddisfacimento in un oggetto al di fuori dell’individuo.

Nello stadio del narcisismo primario, le pulsioni trovano un primo oggetto adatto al loro soddisfacimento, ma questo oggetto non è ancora esterno all’individuo, bensì è il suo io stesso, che inizia proprio in quel momento a delinearsi: le pulsioni dell’io e i desideri lipidici non sono ancora separati le une dagli altri.
Secondo il parere di Freud, questa organizzazione narcisistica non scomparirà mai del tutto: una certa dose di libido permarrà sempre nell’io (libido dell’io o libido narcisistica) e da essa stessa deriveranno i successivi investimenti oggettuali ad opera delle pulsioni sessuali (libido oggettuale).

Lo stadio narcisistico è caratterizzato dall’onnipotenza delle azioni psichiche: le pulsioni trovano nel soggetto stesso la loro fonte e il loro oggetto, che gli permette di raggiungere la meta: la cosiddetta ‘scarica’.

Questo implica una qualche contrapposizione tra libido oggettuale e libido dell’io: quanto più si impiega una, tanto più si impoverisce l’altra (vasi comunicanti).
Nella vita adulta, in situazioni di intolleranza alle frustrazioni della realtà, la libido può essere reintroiettata e reinvestita sull’io, creando uno stadio di narcisismo secondario, caratteristico delle nevrosi narcisistiche o della psicosi, in cui la libido non è più disponibile agli investimenti oggettuali; tali disturbi non possono quindi essere trattati con la psicoanalisi per l’incapacità di sviluppare un investimento sull’analista: il transfert.

Freud, dunque, utilizzò nei suoi scritti il termine ‘narcisismo’ in almeno cinque situazioni diverse in cui lo definì come:

1 – una perversione sessuale (inizialmente rispetto allo stadio narcisistico in cui le pulsioni sono ancora frammentate);
2 – uno stadio del normale sviluppo della libido (narcisismo primario), cioè della sessualità ( la sessualità e l’aggressività, rispettivamente Eros e Thanatos, rappresentano dal 1920 le due pulsioni fondamentali dell’essere umano), ed in questo senso il narcisismo rappresenta il completamento lipidico all’egoismo della pulsione di autoconservazione;
3 – una caratteristica della psicosi, nella quale la libido verrebbe ritirata dal mondo esterno e investita sul soggetto, che pertanto risulta non trattabile psicoanaliticamente (introversione della libido o narcisismo secondario);
4 – un tipo di scelta dell’oggetto d’amore, nella quale l’oggetto verrebbe scelto in quanto rappresenta quello che il soggetto era o vorrebbe essere;
5 – un costrutto posto in relazione al concetto di autostima, o sentimento di sè; esso deriva dall’ampiezza dell’io.

Chi è in verità il narcisista ?

Il narcisismo è il fondamento di ogni tipo di sofferenza mentale.

La distruttività narcisistica si ritrova sia nelle diverse forme di psicopatologia conclamate, sia nelle forme mascherate di psicopatologia, come quella della tossicodipendenza, della devianza sociale e della delinquenza comune, sia nella cosiddetta psicopatologia della normalità, dove l’io sofferente è separato dall’anima, riempita da egoismo difensivo, da paura e vuoto.

Si può considerare il narcisismo come una sorta di malattia immunitaria della psiche: questo perché, dietro a tutto, c’è uno strato di fragilità profonda.
Il carattere narcisista è fortemente caratterizzato dal bisogno mai appagato di essere considerato il migliore, associato ad una alta ambizione e a scarsi valori. E’ infatti proiettato su miti esteriori di successo, di ricchezza e di prestigio, su obiettivi superficiali di bellezza e potere.

Il narcisista vive nell’aspettativa idealistica che tutto deve avvenire come lui vuole, in maniera totalmente egosintonica.
Non è assolutamente in grado di vivere la frustrazione e per questo ricerca incessantemente conferme del proprio valore. Non accetta critiche, è arrogante e presuntuoso.
Questo forte bisogno di approvazione, che arriva alla dipendenza dall’altro, lo rende come ingabbiato, e lo porta per questo ad esercitare un controllo ed un potere sull’altro. Questo atteggiamento onnipotente è dettato in realtà dal bisogno di non affrontare la propria enorme fragilità, i propri reali bisogni interiori, che vengono vissuti come minaccia alla propria autoaffermazione.

E’ presente una ostinata negazione dei propri limiti, errori, il rifiuto del sentimento di colpa reale.

Il narcisista, incarnando un falso sè grandioso, non conosce la sua vera natura: sia le proprie potenzialità, sia le proprie debolezze.
Per questa ragione, il narcisista, inconsapevolmente, sceglie ciò che è sbagliato per lui , fa scelte inopportune, prende strade sbagliate. Si trova così a non raccogliere i frutti di quello che che crede di aver seminato: non è mai soddisfatto, mai felice.
A questa inconsapevolezza di sè e delle conseguenti scelte di vita si associano così esperienze fallimentari che sviluppano in lui un’immagine di sè impoverita, che contrasta con il modello ideale di un sè grandioso.
La relazione disfunzionale con se stesso e con la realtà porta la sua mente a vivere conflitti, sia interiori che esterni, complessi, di abbandono ed inferiorità e emozioni negative e dolorose, quali paura, rabbia, che lo spingono incessantemente ad attivare modalità difensive e scelte compensatorie di carattere materiale ed edonistico.
Conduce una esistenza apparentemente socializzata, ma intimamente solitaria e priva di valori.
Se la direzione, infatti, del narcisismo è guidata dal principio del piacere, il suo effetto è legato all’istinto di morte: ricordiamo il mito di Narciso, che attratto dalla sua immagine riflessa nell’acqua, vi muore, cadendovi dentro.
L’inconsapevolezza egocentrica produce delle azioni che sono in contrario con i veri bisogni e valori, allontanando da sè le certezze interiori che portano ad una vita serena.
Questa frase rende perfettamente l’idea della tragicità dell’essere un narcisista: ‘IL NARCISISTA E’ UN UOMO TRAGICO, GUIDATO DA IDEALI IMPOSSIBILI E DA AMBIZIONI CHE NON AMA. LA VERGOGNA E L’ODIO INSORGONO QUANDO NON SA VIVERE ALL’ALTEZZA DI QUESTO IRREALISMO’

Il comportamento del narcisista nella coppia

Il narcisismo è in realtà una condizione di profondo disagio, determinata dal fatto che non esiste oggetto d’amore altro da sè, e comporta di conseguenza una incapacità di amare.

Il narcisista, infatti, è in costante preoccupazione per se stesso, per tutto ciò che lo riguarda: tutto, tutto ciò che lo circonda, è in funzione di se stesso.

Il narcisista non è in grado di vivere una sana storia d’amore: quello che cerca è una continua dimostrazione a se stesso di essere un ottimo amante e per questo, spesso, vive delle relazioni parallele.

Per raggiungere i suoi scopi è pronto a tutto, a qualsiasi inganno, senza tenere in minima considerazione l’altro e i suoi sentimenti. In questo senso, si può sicuramente affermare che la maggior parte dei narcisisti sono ammalianti e spesso sanno essere molto affascinanti.

La partner vive una relazione all’insegna dell’incertezza, della gelosia, ma è proprio questo che consente al narcisista di tenerla in suo potere.

Vivere una relazione con un narcisista è molto difficile, perché non si riesce mai ad entrare in un autentico contatto, in quanto le emozioni sono bloccate. La trappola più rischiosa nella quale si può cadere è quella del senso di colpa: il narcisista è bravissimo nel provocarlo nel partner, e questo lo porterà a fare qualsiasi cosa per renderlo felice, annullando completamente se stessa e i propri desideri.

Il partner rappresenta solo un oggetto, uno strumento per mantenere intatto il proprio sè grandioso.

Non può tollerare il fatto di perdere le proprie certezze.

Inoltre, i narcisisti si presentano agli altri con un alone di mistero, tendono a mantenere riserbo sulla loro vita privata, sia per difesa, sia perché spesso hanno davvero molte cose da nascondere.

Tutto ciò che fa il narcisista ha scopi meramente egoistici. Il suo bisogno è quello di mantenere intatta l’immagine che lui ha di sè e che vuole rimandare al partner.

I manipolatori affettivi utilizzano il raggiro  con lo scopo di portare l’altro a compiere azioni che recano vantaggio unicamente a loro. Non provano per questo, come già detto, nessun senso di colpa, poiché non hanno un contatto con la propria interiorità, come vedremo più avanti.

Hanno spesso comportamenti falsamente teneri, soprattutto al momento della conquista, per poi diventare delle persone completamente diverse. Tenderanno infatti a colpire la loro partner nei suoi punti deboli, portandola a ritrovarsi in una spirale di negatività. Questa, a poco a poco, senza spesso accorgersene, proverà una sensazione di soffocamento, provocata da continue critiche, insinuazioni, umiliazioni che distruggeranno la sua autostima.

Gli strumenti di manipolazione che utilizzano possono essere molti e differenti:

1) Il ricatto affettivo associato alle minacce: il ricatto è spesso sottile e impercettibile. Andando avanti nella relazione, però, si ha l’impressione di essere imprigionati, di non avere più libertà di scelta, poiché tutto deve tornare utile al manipolatore;

2) Viene utilizzata molto spesso la colpevolizzazione dell’altro: la causa di ogni problema, anche personale, è sempre attribuita all’altro. Se quest’ultimo non trova una soluzione, viene minacciato, fino ad essere lasciato;

3) Alternano bugie a lusinghe, che hanno il solo scopo, come più volte detto, di ottenere qualcosa;

4) La denigrazione è uno strumento che viene usato costantemente dal manipolatore. La mira è quella di minare l’autostima del partner per renderlo sempre più fragile e quindi facilmente manipolabile;

5) Sono molto invadenti e controllano ogni azione dell’altro, togliendo ogni sorta di libertà;

6) Il partner viene messo con le spalle al muro: non c’è possibilità di dialogo; fanno passare l’altro come colui che sbaglia, che è incoerente. E sempre l’altro che sbaglia qualcosa!

7) La dipendenza indotta: comprende sia la dipendenza affettiva che materiale, entrambe hanno come obiettivo di depotenziare e minare l’autonomia e l’indipendenza del partner, mettendone in luce le debolezze e gli errori.

Presentazione di un caso clinico

Un uomo di 55 anni chiede di incontrarmi per problematiche relative al rapporto con il figlio. Nel primo incontro, mi racconta che il figlio, in seguito ad un litigio con la madre, ha sbattuto volontariamente la testa contro una finestra, fortunatamente non riportando ferite importanti. Lui è preoccupato e ha deciso di sentire il parere di un esperto. Mi racconta anche che il figlio ha abbracciato una corrente politica diametralmente opposta alla sua, che lo porta a delle convinzioni molto restrittive nei confronti del cosiddetto ‘diverso’. E’ profondamente contrario a tutto ciò che non rientra nella normalità, come i gay, gli immigrati, coloro che usano sostanze e così via. Il padre non riesce a capire come sia possibile che il figlio sia diventato un ragazzo così rigido, essendo vissuto in una famiglia di ampie vedute. In ogni caso, lui e la moglie hanno deciso di allontanarlo da Roma e di mandarlo per un periodo in Australia. Quando gli domando il perché di questa decisione, mi dice semplicemente che è meglio così, che devono stare lontani per un periodo.

Mi racconta di essere un buon padre, di lavorare pesantemente per dare alla famiglia, compresa l’altra figlia femmina, una vita dignitosa, fatta di viaggi, sport, divertimenti.

Noto che mentre parla di sè e anche del figlio, non mostra un grande trasporto emotivo: alla gravità dei fatti che mi racconta non corrisponde, nè a livello verbale che non verbale, un movimento emotivo.

Proseguendo nei nostri incontri, vengo a conoscenza di un episodio molto grave accaduto quando aveva diciotto anni: il padre, senza apparenti motivi, si è suicidato. Questo ha inizialmente provocato in lui un grande senso di colpa, essendoci stato un forte litigio tra loro pochi giorni prima del terribile episodio. Mi dice che ha incontrato solo per poche volte una psicologa, per poi decidere di dimenticare e andare avanti.

Dimostra una grande resistenza a parlare del padre e per tale motivo decido di affrontare molto cautamente l’argomento.

Mi parla della moglie come di una donna normale, con la quale sta bene, che gli ha dato due figli e questo è quello che aveva deciso di raggiungere nella sua vita: un buon lavoro, una moglie, una famiglia.

Ma, dietro a questo apparente benessere, leggo un profondo disagio a livello emotivo: è come se dalla morte del padre, quest’uomo abbia deciso di progettare una vita apparentemente soddisfacente, ma priva di emozioni, in quanto pericolose, presentando il rischio di disturbare il finto equilibrio creato.

Un aspetto che mi colpisce in modo particolare è il fatto che ha una relazione extra-coniugale con una donna, con la quale era stato da giovane, caso strano nel momento della morte del padre, che aveva lasciato, non mi sa dire il motivo, ma probabilmente perché lo spingeva ad affrontare una terapia per elaborare il lutto.

Mi racconta di averla rincontrata circa 15 anni fa e di aver fatto del tutto per poterla rivedere. Da quel momento è iniziata una storia un po’ particolare: lui va da lei, fanno l’amore, ma, mi dice, ha messo subito in chiaro che non poteva esserci dell’altro.

Mi fa molto riflettere il fatto che abbia scelto una donna che per lui era stata importante per avere una storia solo di sesso.

Mi dice che con lei sta bene, che è molto disponibile, affettuosa, e non gli crea alcun problema.

Al tempo stesso, mi racconta che prova dei moti aggressivi nei suoi riguardi, che lui stesso non sa spiegarsi. Questi vengono agiti attraverso messaggi scurrili e molto violenti, provocati da episodi assolutamente insignificanti.

Allo stesso tempo, però, continua a ripetermi che la relazione con la moglie è soddisfacente, e che non ha nessuna intenzione di rompere. Le ragioni sono fondamentalmente di accettazione sociale: separarsi comporterebbe riportare in pubblico una nuova identità di se stesso e perdere l’equilibrio che ha costruito.

Via via che la terapia prosegue, mi è sempre più evidente di trovarmi di fronte ad un narcisista. Il suo Io è così fragile da non permettergli di vedere quali sono i suoi reali bisogni e desideri; vive una esistenza a livello superficiale, senza approfondire nessun aspetto.

Conduce una vita apparentemente socializzata, ma intimamente si sente solo e bisognoso di affetto. Per questo, ha ricercato la sua ragazza giovanile: in lei trova tutta quella parte emotiva, affettiva che si è sempre negato.

Ma, al tempo stesso, mette dei paletti perché sa che con lei rischierebbe di dover affrontare il suo Io autentico. Per tale ragione, si comporta in modo egoistico, distaccato, con eccessivo riserbo riguardo la sua famiglia.

Quando infatti cerco di approfondire i suoi sentimenti nei riguardi di questa donna, diventa evasivo, sfuggente: la resistenza mi mostra che è lì il problema.

In terapia, la resistenza ci dice sempre che è lì che dobbiamo lavorare, anche se molto cautamente.

La donna che frequenta gli consiglia insistentemente di intraprendere una psicoterapia, soprattutto per i suoi figli e questo a lui infastidisce molto. Mi dice infatti che lui sta bene così, che il problema è del figlio e che lui mi sta incontrando solo per sapere come aiutarlo.

Da parte sua non c’è alcuna messa in discussione, il problema è sempre altrove.

Come tutte le persone che soffrono di narcisismo, non ha gli strumenti per guardare autenticamente se stesso e di conseguenza le persone a lui vicine.

Il mio tentativo di scalfire la sua corazza si conduce, a poco a poco, alla fuga. Nelle ultime sedute mi dice che ha deciso di chiudere la sua relazione extra-coniugale perché stava diventando un elemento di disturbo. Non mostra alcun sentimento di pena nei riguardi della donna e della sua sofferenza. Così ha deciso e così deve essere!

Rappresentando anche io un elemento di disturbo al suo fittizio equilibrio, naturalmente, abbandona la terapia.

Il racconto di questo caso clinico mette bene in evidenza la difficoltà di avere a che fare con un narcisista. Si è di fronte ad una persona che non ha gli strumenti per conoscersi realmente, una persona che non sa, nel suo profondo, chi è. Si costruisce una identità sulla base di quello che si vorrebbe essere, ma non si fanno i conti con il proprio mondo emotivo e questo, a lungo andare, porta la persona ad una vita finta e priva di una reale serenità.

Perfino il figlio, del quale il mio paziente si diceva preoccupato, diventa la proiezione delle proprie mancanze, senza la considerazione autentica dell’altro.

 

 

2019-09-22T08:30:03+00:00

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