Idealizzazione

Il concetto di Ombra in Jung

Il concetto di Ombra ha una parte implicita in tutta l’architettura dell’opera junghiana, definendo, in questo caso, l’insieme delle funzioni e degli atteggiamenti non sviluppati della personalità.

L’ombra contiene tutto ciò che non viene accettato dalla personalità, ovvero le tendenze, le caratteristiche, i desideri inaccettabili da parte dell’io, nonché le funzioni non sviluppate o scarsamente differenziate e infine, i contenuti dell’inconscio personale.

La proiezione dell’ombra riguarda tutti gli aspetti della psiche non consciamente vissuti, che vengono proiettati su individui, cose e situazioni.

Carl Gustav Jung ritiene che l’essere umano deleghi all’Ombra tutto ciò che ritiene essere negativo: l’Ombra diventa il crogiuolo di tutti i sentimenti umani che generano senso di colpa, vergogna, dolore, perversione e quant’altro il Super-Io possa ritenere degno di essere giudicato ed escluso. Egli relega l’Ombra alla dimensione inconscia, perché solo se alienata dalla coscienza dà all’uomo la sensazione di una qualche integrità morale e salvaguarda la pulizia dell’Io. Per conoscere realmente chi si è, dice Jung, bisogna partire dal riconoscere che in sé esiste anche l’Ombra e che tutta l’oscurità che noi riconosciamo intorno a noi, in realtà, vive innanzitutto dentro di noi. Ma tutto questo, come ricorda Aldo Carotenuto, produce un gran quantitativo di resistenza che è difficile smantellare.

Il paradosso dell’Ombra

Secondo Jung, più tendiamo a mantenere l’Ombra in una dimensione inconscia, più questa cresce, si amplia, diventa vorace e acquista potere. L’ombra, se rimane isolata dalla totalità, porta progressivamente ad una destrutturazione della Persona e alimenta nell’essere umano una distruttività tale da boicottare e rovinare se stesso, le sue relazioni: il mondo comincia sempre di più ad essere guardato e interpretato attraverso lenti alterate e malate che ne distorcono la forma e lo portano, sempre di più, alla destrutturazione e all’annientamento.

Jung predilige intendere l’ombra come una componente strutturale ed ineliminabile, sia pure trasformabile, della personalità. L’OMBRA E’ QUINDI PARTE INTEGRANTE, O MEGLIO DA INTEGRARE, DELLA PERSONALITA’.

Jung divide l’ombra in due diverse forme: l’ombra personale e l’ombra collettiva. la prima è figlia della propria storia, delle proprie rimozioni, di quei tratti psichici che il propri ambiente di provenienza tende a far rimuovere. Si può intendere come una sacca che ci portiamo sempre sulle spalle piena di tutti quei contenuti psichici, per le più svariate ragioni, tendiamo a non spendere coscientemente nella nostra vita.

Ma perché è tanto importante lavorare sull’ombra? In primo luogo permette di avere una maggiore consapevolezza di sé, e ciò rende più umani e più autenticamente in relazione con gli altri. Divenire consapevoli di una proiezione significa vedere l’altro per quello che è. Non riconoscere la propria ombra distorce invece le relazioni: un uomo senza ombra identifica se stesso con il buono e giusto e gli altri con il cattivo e lo sbagliato. In altre parole NON CONOSCERE LA PROPRIA OMBRA, IL PRIETTARLA SEMPRE ALL’ESTERNO, FINISCE CON IL DIVIDERE IL MONDO E SE STESSI IN BIANCO E NERO.

Lavorare sulla propria ombra apre alla trasformazione psichica.

 

Bowlby e l’attaccamento

E’ stato John Bowlby che per primo ha sottolineato l’importanza dello schema di adattamento del bambino nella successiva strutturazione dello schema da adulto.

Secondo l’autore, il rapporto sentimentale tra adulti ha forti legami con le esperienze del passato. Si ricerca nel partner, infatti, tutto ciò che ha caratterizzato la propria figura di attaccamento infantile: ci si costruire un MODELLO INTERIORE, al quale il partner deve corrispondere. Le scelte sentimentali possono così essere diverse.

Sono stati individuati tre tipi di attaccamento: sicuro, evitante e preoccupato.

I soggetti sicuri, che hanno avuto una madre disponibile, affettuosa e presente, riportano dentro sè una fiducia, che li porterà a scegliere dei partner adeguati.

I soggetti evitanti sono quelli che non hanno avuto figure di riferimento affidabili e per questo evitano il coinvolgimento, poiché non si aspettano di ricevere nulla dall’altro.

Gli insicuri vivono nella paura dell’abbandono e cercheranno partner che faranno rivivere loro l’esperienza dell’abbandono.

Inoltre, secondo l’autore, interviene nella scelta del partner la costruzione di un‘attenzione o disattenzione selettiva. La scelta del partner rappresenta così una sorta di ‘vuoti’ e di ‘pieni’, un’alternanza di attenzione selettiva ad alcune caratteristiche del partner e una disattenzione sempre selettiva per le caratteristiche che potrebbero ostacolare la stabilità del rapporto.

 

 

Le diverse fasi che attraversa la coppia

Sono numerose le ricerche effettuate per studiare le diverse fasi che attraversa la coppia.

Tra queste, ho trovato interessante lo studio effettuato da Giusti e Pitrone secondo cui le varie fasi portano necessariamente a delle trasformazioni nell’organizzazione interna della coppia stessa.

– la nascita della coppia: la fase dell’innamoramento, dell’amore, la convivenza o il matrimonio. Si comincia a costruire l’identità della coppia, diversa da quella della famiglia d’origine, con dei confini delineati.

– la nascita del primo bambino: i confini vanno ridefiniti sia all’interno della coppia che nei rapporti con l’esterno.

– la coppia con figli adolescenti: è necessaria una nuova organizzazione, sia per affrontare la crescita dei figli, la loro educazione, sia in funzione del confronto tra la propria adolescenza e quella dei figli.

– la coppia che affronta lo svincolo del figlio: il figlio cerca altre relazioni e queste ultime richiedono la trasformazione della relazione genitore-bambino in una prima relazione adulto-adulto.

– la coppia durante la fase del pensionamento: i rapporto sono con figli adulti, a loro volta genitori. Si sperimenta la terza età con tutte le sue implicazioni.

Secondo la Mahler, che affronta lo studio della coppia sulla base del concetto di autonomia e di separazione-individuazione, si parte da una fase di dipendenza per giungere ad una di interdipendenza.

Nella prima fase della dipendenza, la coppia vive una simbiosi con una idealizzazione estrema dell’altro, che viene visto come unico, speciale, meraviglioso, sperimentando in tal senso una sorta di psicosi.

Da questa fase si passa a quella dove compaiono i primi conflitti e dove si manifestano le prime crisi di ansia utili per sciogliere la simbiosi.

Troviamo quindi la fase della contro-dipendenza, caratterizzata dal desiderio di differenziazione, con la presenza di un senso di disillusione, di dolore dovuto alla scissione tra l’ideale e il reale. Possono manifestarsi sintomi depressivi dovuti alla difficoltà di gestire la rabbia data dalla scoperta dell’altro diverso da quello che si era pensato.

La fase dell’indipendenza è caratterizzata dal bisogno di sperimentare l’esterno. Sono presenti rimpianti e speranze in alternanza tra loro.

L’ultima fase dell’interdipendenza si basa sull’accettazione di un legame non perfetto, si attua quindi un riavvicinamento.

Cosa caratterizza un sano rapporto di coppia?

Umberto Galimberti, nel suo libro ‘Le cose dell’amore’ presenta una attenta osservazione del fenomeno dell’idealizzazione in amore. Riporto di seguito le sue parole: ‘Agli innamorati che idealizzano la persona amata, la psicoanalisi ricorda che l’idealizzazione è una regressione infantile, perché trasferisce sulla persona amata quel senso di unicità che da bambini attribuivamo ai nostri genitori, quando li sopravvalutavamo perché da loro dipendeva la nostra vita e ancora non avevamo visto le loro ombre.’

Se l’idealizzazione dei genitori è utile ai bambini perché crea in loro quella fiducia di base necessaria per crescere con un minimo di rispetto di sé, è terribilmente pericolosa quando ci si innamora, perché gli ideali si appannano facilmente, gli incantesimi si spezzano, gli effetti magici si dissolvono, i trucchi prima o poi vengono a galla.

L’idealizzazione ci impoverisce, perché tutto ciò che ha valore è collocato nell’altro. E se l’altro non cambia l’idealizzazione di cui è stato investito, se quanto abbiamo trasferito in lui non ritorna, allora o siamo capaci di rompere l’incantesimo e vedere l’altro in una prospettiva più sobria e realistica, o precipitiamo nel rifiuto di noi stessi, svuotati come siamo di ogni nostro valore che nell’idealizzazione abbiamo attribuito all’altro.

Idealizzando l’altro, ci siamo svalutati e staccati dalla realtà.

Idealizzare è pericoloso, ma inevitabile. Perché il desiderio non si attiva senza idealizzazione, senza immaginare nell’altro quelle qualità che lo rendono unico, speciale, straordinario. Da questo punto di vista l’oggettività è un ideale impossibile, è il desiderio di pervenire a una sicurezza che non sarà mai raggiunta.

Forse anche nelle vicende d’amore vale il principio formulato dal fisico Werner Heisemberg, secondo il quale le condizioni in cui si attua un’osservazione modificano l’osservato. Infatti, quel che si scopre di un’altra persona dipende in gran parte da chi noi siamo e da come l’avviciniamo’.

Nel rapporto di coppia sano le due persone mantengono la propria individualità, la propria identità. In questo senso, non si vive dell’altro, ma si vive di uno scambio reciproco tra due individui esistenzialmente separati, seppur uniti nell’amore.

All’inizio, nella fase dell’innamoramento, l’idealizzazione dell’altro, come abbiamo visto, è inevitabile, essenziale per potersi innamorare.

Andando avanti nella relazione, si conosce l’altro per quello che realmente è, senza i nostri investimenti di bisogni infantili, senza il tentativo di trovare nell’altro quello che è mancato a noi. Questo non significa necessariamente che amiamo l’altro come se fosse nostra madre, ma che come afferma Bowlby nella sua teoria dell’attaccamento, vi sono delle associazioni molto profonde tra i due tipi di legami.

E’ importante analizzare, in questo contesto, il concetto di ‘ombra’ in Jung e quanto sia influente nella nostra vita di relazione.

Jung ha definito l’ombra come l’insieme delle funzioni e degli atteggiamenti non sviluppati della personalità. Contiene le tendenze, le caratteristiche, i desideri inaccettabili da parte dell’Io, nonché le funzioni non sviluppate o scarsamente differenziate e infine, i contenuti dell’inconscio personale.

La proiezione dell’ombra riguarda tutti gli aspetti della psiche non consciamente vissuti, che vengono proiettati su individui, cose e situazioni.

Secondo Jung, più tendiamo a mantenere l’Ombra in una dimensione inconscia, più questa cresce, si amplia ed acquista potere. L’ombra, se resta isolata dalla totalità, porta progressivamente ad una destrutturazione della persona e alimenta in noi una distruttività tale da rovinare noi e le nostre relazioni.

L’ombra è quindi parte integrante, o meglio da integrare, della personalità.

Ma perché è così importante lavorare sull’ombra?

In primo luogo perché permette di avere una maggiore consapevolezza di se stessi e questo ci rende più autenticamente in relazione con l’altro.

Diventare consapevoli di una proiezione significa vedere l’altro per quello che è. Non riconoscere la propria ombra distorce al contrario le relazioni: un uomo senza ombra è un uomo a metà, non integrato.

By |2019-09-22T09:54:25+00:00Dicembre 13th, 2018|I miei Articoli, idealizzazione|0 Comments